Negli ultimi anni sempre più spesso può eserti capitato di sentir parlare di questa nuova tipologia di vino: il vino vegano.
La cultura vegana, che trova la massima espressione nell’alimentazione (ma non solo..) ha un nuovo alleato nel vino; un prodotto che, su due piedi, potrebbe naturalmente apparire vegano.
Nell’immaginario collettivo per fare il vino serve l’uva, farla fermentare, ed una volta travasato nelle botti, imbottigliarlo e venderlo. Semplice no?
No, sembra semplice ma non lo è; perché il vino, benché non sia paragonabile alla fisica quantistica, è un argomento complesso.
E ora cerchiamo di entrare dentro l’argomento in modo chiaro e neutrale.
Se lo guardiamo a grandi linee, il vino è quello che ho descritto poc’anzi; ma se ci avviciniamo con la lente di ingrandimento per vedere tutte le fasi della sua produzione, dalla vigna alla cantina, ci rendiamo conto che entrano in gioco delle sostanze, lecite per carità, che però non hanno nulla di vegano.
A partire dalla vigna; già nelle primissime fasi agricole, quelle in cui il vignaiolo inizia a dare la sua impronta al vino che verrà, si utilizzano sostanze per aiutare, proteggere e sviluppare la vite.
Tralasciando le schifezze chimiche come diserbanti, fungicidi, insetticidi, concimi chimici (e ce ne sarebbero molte altre), esistono particolari sostanze che, seppur naturali, sono di origine animale.
Sostanze conosciute, per esempio, da chi pratica la viticoltura biodinamica, che con il composto 501, o cornoletame, alimenta il vigneto attraverso un composto chiaramente di origine animale: si tratta infatti di un corno di vacca svuotato e riempito con il letame ed interrato in autunno.
Ma anche il letame stesso è di origine animale. E qui apriti cielo, perché ai più non è chiaro come un elemento che consideriamo naturale e privo di sfruttamento animale all’origine, possa essere considerato come “non vegano”.
Ebbene, chi non lo usa per me ha ragione. Perché se vuoi essere coerente con il tuo stile di vita e le tue scelte, e la tua filosofia è “nessuna sostanza di origine animale (notare: “di origine”), allora anche il letame deve essere considerato di origine animale.
Oltretutto, nel 2026 esistono alternative più che valide. Quali? Eccole:
- Compost vegetale: residui di potature, bucce di frutta, paglia, scarti di orto o vigneto; migliora struttura del terreno, ritenzione idrica, microbi del suolo.
- Letame vegetale: concimi ottenuti da alghe o residui di leguminose.
- Green manure: piante da sovescio (trifoglio, favino) interrate per arricchire il suolo di azoto e materia organica.
È un po’ la stessa storia dei vegani che non mangiano il miele. Se non ti nutri di nessun cibo proveniente da un animale, anche il miele lo devi considerare come tale. Questione di coerenza, e per me la coerenza è tutto.
Una volta che abbiamo capito che già in vigna si può fare la differenza, viene ovvio intuire come anche nelle pratiche in cantina questo divario diventi inevitabile.
Una delle attività più importanti in cantina è costituita dalla chiarifica. Cos’è la chiarifica?
Dopo la fermentazione, il vino può presentarsi torbido; questo accade perché contiene particelle in sospensione: residui di lieviti, frammenti solidi, proteine e altre sostanze naturali.
Per renderlo più limpido e stabile nel tempo, molti produttori ricorrono alla chiarifica, un processo che aiuta a rimuovere queste particelle.
Tradizionalmente, per la chiarifica si sono usate anche sostanze di origine animale, tra cui:
- Albumina (proteine dell’uovo)
- Caseina (proteine del latte)
- Colla di pesce (derivata dalla vescica natatoria di alcuni pesci)
- Gelatina animale
Queste sostanze vengono aggiunte al vino, si legano alle particelle in sospensione e poi vengono eliminate insieme ai residui.
Nel prodotto finale non restano in forma significativa, ma il loro utilizzo è sufficiente perché il vino non sia considerato vegano.
Ok, ho capito. Ma quindi chi fa il vino vegano cosa utilizza al posto di queste sostanze?
Per ottenere lo stesso risultato di limpidezza e stabilità, si possono usare alternative di origine vegetale o minerale, ad esempio:
- Proteine vegetali (come quelle derivate da pisello o patata)
- Bentonite (un’argilla naturale)
- Carbone vegetale
In alcuni casi, il produttore sceglie di non effettuare alcuna chiarifica, lasciando che il vino si stabilizzi naturalmente con il tempo.
A questo punto abbiamo già messo un bel divario tra il vino “convenzionale” e quello vegano, agendo concretamente in vigna ed in cantina.
Un punto importante da far notare è che, in entrambi i casi legati alle diverse chiarifiche, l’impatto organolettico sul vino è praticamente nullo. I profili visivo, olfattivo e gustativo non traggono né beneficio né vengono danneggiati dall’utilizzo di albumina o di proteine vegetali.
Guarda il video su Youtube

Pertanto, se a parità di vitigno e di vinificazione utilizzassimo una sostanza convenzionale ed un vegana, non ci accorgeremmo della differenza. Perché semplicemente non c’è.
Ed oltretutto non ne resta alcuna traccia nel vino che beviamo, motivo per cui si resta attoniti quando si parla di vino vegano.
L’ultimo capitolo riguarda il mondo delle etichette, delle colle e dei pigmenti.
Una bottiglia di vino ha solitamente un’etichetta, che viene incollata alla bottiglia e che può presentare grafiche più o meno colorate; colla e pigmenti possono contenere sostanze di origine animale, soprattutto i colori.
Chi fa il vino vegano deve stare attento anche a questo ed informarsi dai suoi fornitori; un passo in più ma importante, sempre nell’ottica di mantenere la coerenza con la propria filosofia.
Il grande passo che il mondo del vino ha compiuto negli ultimi anni è stato quello di dare una certificazione con la quale si garantisce al consumatore che un vino sia prodotto secondo questi criteri. Motivo per cui sulle retro-etichette può capitarci di vedere una “V” verde, simbolo che quel vino è stato controllato da un ente terzo e certificato vegano.
Concludo con una considerazione personale.
Così come per l’alimentazione, la cultura vegana sta imponendosi sempre più come alternativa salutare, sostenibile, etica, a quella tradizionale.
Le fazioni e gli schieramenti non mi sono mai piaciuti, e non si può non notare come nel nostro Paese invece questo argomento sia divisivo; il vino però può essere il mezzo per riappacificarci tutti.
E non perché da ubriachi siamo tutti amici e cantiamo Baglioni.
Ma perché possiamo aprirci ad una novità, ad un nuovo modo di concepire il vino e la gastronomia in generale. E aprendoci ampliamo i nostri orizzonti, ci avviciniamo ad un’altra cultura.
Non credo sia una moda passeggera; credo piuttosto siamo dinnanzi ad una nuova strada, che possiamo percorrere come no.
Ma se non lo facciamo, perdiamo qualcosa.

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