Negli ultimi mesi il mondo del wine business europeo ha assistito a una novità che, al di là della risonanza nei titoli, segna un cambio di paradigma nella tradizione vinicola francese.
Il Comité national des vins d’appellation (CNAOV) dell’INAO ha approvato una dottrina che consente ai vini AOC di utilizzare édulcoration, ovvero l’aggiunta di zucchero di mosto dopo la fermentazione, con un limite massimo di 9 grammi/litro di zuccheri fermentabili nel prodotto finito.
La misura riguarda vini rossi, bianchi e rosati, ma solo a condizione che il regolamento specifico di ciascuna appellation venga modificato per inserirla.
Questo “diktat” nasce con l’esplicita finalità di rispondere ai gusti dei consumatori più giovani, in particolare della generazione Z, che prediligono profili più morbidi e meno austeri nel bicchiere.
Io credo che sia importante leggere questa notizia senza scambiare un colpo di scena normativo per progresso qualitativo. Chi scrive da sempre e con passione di vino, e non di “bevanda” in senso largamente commerciale, ritiene che una modifica di disciplina di questo tipo sia innanzitutto una risposta di emergenza a fattori di mercato, non un avanzamento culturale del vino come prodotto territoriale.
In Francia il vino ha un ruolo storico enorme, ma è anche sotto pressione: prezzi dei vigneti in calo, consumi interni in diminuzione e surplus produttivi richiedono manovre strategiche che possono portare a scelte tecniche impensabili fino a pochi anni fa.
Il punto di vista italiano: identità VS “aggiustamento tecnico”
Secondo me, l’Italia ha una opportunità storica per differenziarsi.

Prima di tutto perché la tradizione normativa italiana non contempla pratiche correttive come l’aggiunta di zucchero per “aggiustare” il profilo sensoriale dei vini DOC e DOCG; per noi la morbidezza di un vino deriva dal clima, dai vitigni, dalla maturazione naturale delle uve e dal lavoro in vigna, non da un intervento post-fermentativo che tecnicamente modifica il profilo gustativo.
Questa differenziazione non è solo retorica: è un messaggio di autenticità verso chi cerca vini con origine, terroir e contenuti reali nel bicchiere.
Al di là della moda o dell’appeal momentaneo, puntare su naturalità e tipicità costituisca un vantaggio competitivo sostenibile per l’Italia; mentirei se dicessi che non ci sono segmenti di mercato dove vini più morbidi e “facili” vendono meglio: ci sono e continueranno ad esserci.
Ma secondo me non è su questo fronte che dobbiamo giocare la nostra partita più significativa; è su identità, storytelling autentico, rispetto delle pratiche tradizionali, su ciò che non puoi replicare semplicemente con l’aggiunta di un ingrediente o una tecnica.
Le alternative reali e già in fermento
Se vogliamo guardare oltre la dicotomia “aspro vs dolce”, esistono strade nuove e valide che non passano per l’édulcoration:
- Vini a bassa gradazione o dealcolati: il mercato lo chiede sempre di più, e la Francia stessa sta investendo in questo segmento (es. nuovo impianto per vini dealcolati con tecnologia avanzata).
Io credo che questa sia un’evoluzione naturale: rispondere a gusti diversi non significa snaturare il vino, ma ampliare l’offerta con prodotti che abbiano senso e qualità intrinseca.
- Vinificazioni con altre materie prime o sperimentazioni territoriali: penso che l’Italia, con la sua biodiversità varietale e una cultura enologica profondamente radicata nel territorio, abbia il potenziale per innovare senza tradire la sua storia. Vini con frutta o fermentazioni miste, ad esempio, possono aprire nuovi segmenti senza compromettere l’identità di base.
- Vini naturalmente “morbidi”: vitigni come Primitivo, Negroamaro o vini da uve appassite come l’Amarone offrono profili morbidi e avvolgenti di origine naturale, non tecnicamente “aggiustati”. Secondo me questa è una delle principali risorse italiane da valorizzare nel dialogo globale.
Io credo che la decisione francese di autorizzare l’aggiunta di zucchero nei vini AOC sia una risposta tattica a dinamiche di mercato e non un cambio di paradigma qualitativo; in un contesto dove “piacere a tutti i palati” diventa un obiettivo commerciale, il rischio è perdere di vista ciò che rende un vino interessante e significativo: il suo legame con il territorio e la cultura.
Piuttosto che rincorrere profili sensoriali percepiti come più semplici o immediati, l’Italia dovrebbe rafforzare ciò che già possiede: storia, varietà ampelografica, naturalità, e una produzione espressiva e territoriale.
E, parallelamente, esplorare con coraggio segmenti come i vini a basso o zero alcol e nuove forme di prodotto che non scadano nel tecnicismo ma portino valore aggiunto concreto.
copertina generata con AI
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