A Lanzarote l’agricoltura non è una scelta, ma un atto di resistenza contro un paesaggio che sembra respingere ogni forma di vita.
Sembra.

Quando le eruzioni del Timanfaya del XVIII secolo ricoprirono un terzo dell’isola con una coltre di lapilli neri, i contadini locali si trovarono davanti a un deserto di cenere; eppure, in quello che sembrava il colpo di grazia per la viticoltura, trovarono la chiave per la sopravvivenza della vite in assenza quasi totale di pioggia.
Il segreto risiede nella capacità termica e igroscopica del cosiddetto picón, ovvero lo strato di cenere vulcanica.

Questa sabbia nera agisce come una pacciamatura naturale perfetta: di giorno respinge il calore eccessivo del sole africano proteggendo le radici, mentre di notte assorbe l’umidità portata dagli Alisei.
Il lapilli funge da spugna, intrappolando la rugiada notturna e convogliandola verso il terreno fertile sottostante, impedendo poi all’acqua di evaporare durante le ore diurne; in un luogo dove le precipitazioni sono rare quanto un miraggio, è la cenere stessa a dissetare la pianta.

Per permettere a questo miracolo fisico di compiersi, l’essere umano ha dovuto scavare gli hoyos, le iconiche buche a imbuto che rendono il paesaggio de La Geria simile a una superficie lunare.
Ogni buca è un’opera di ingegneria manuale: bisogna scavare per metri attraverso lo strato di lapilli fino a raggiungere il suolo pre-eruttivo originale, dove la vite viene piantata a piede franco, vale a dire non innestata sulla radice americana come succede da noi per contrastare la fillosera.
Il terreno vulcanico è il miglior deterrente contro questa afide maledetta; infatti, solo sui terreni vulcanici o quelli molto sabbiosi ci si può permettere il piede franco.

Questa forma a cono non serve solo a raggiungere la terra dove viene piantata la vite, creando un microambiente riparato dove l’aria fresca ristagna e la pianta può crescere protetta dalla furia essiccante dei venti costanti.
A completare questo sistema di difesa intervengono i socos, i caratteristici muretti a secco costruiti con blocchi di pietra lavica.

Disposti a semicerchio sul bordo di ogni buca, questi muretti non hanno una funzione di confine, ma agiscono come barriere aerodinamiche fondamentali per rompere la forza degli Alisei che, altrimenti, riempirebbero gli imbuti di sabbia soffocando la vite; inoltre, la pietra lavica accumula calore durante il giorno e lo rilascia lentamente di notte, stabilizzando ulteriormente la temperatura intorno ai grappoli.

Ho esplorato ogni angolo di questa terra marziana per decodificare il legame tra la roccia e il calice, e da questa esperienza è nata la mia Guida del vino di Lanzarote, la prima e unica guida tecnica in lingua italiana dedicata esclusivamente a questo ecosistema vitivinicolo.
Nel libro non mi limito a recensire le cantine, ma scendo nei dettagli di quel terroir che definisco “estremo”, offrendo a ogni nomade di vino gli strumenti per capire come la Malvasía Volcánica riesca a tradurre in sapore la cenere, il sale e il sudore dei viticoltori canari.
È un manuale pensato per chi non si accontenta di bere, ma vuole viaggiare con consapevolezza tra le vigne a piede franco dell’isola.

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Il risultato di questa lotta millimetrica contro gli elementi è, infatti, un vino che porta in dote una sapidità minerale quasi tagliente. Bere un calice di Lanzarote significa assaggiare il trionfo della tecnica umana su una natura ostile.

È un vino che nasce dalla cenere e dal vento, figlio di un sistema agricolo che è rimasto immutato nei secoli perché, semplicemente, è l’unico modo possibile per far vivere la vite dove non dovrebbe esserci altro che deserto.
È l’essenza stessa della viticoltura eroica, dove ogni bottiglia è il resoconto di una sfida vinta contro l’impossibile.
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